La cerimonia finale della VII Edizione di “Bere il Territorio”, il Concorso Letterario Nazionale promosso da Go Wine, e patrocinato dal CERVIM, ha avuto luogo presso il Teatro Sociale di Alba il 15 Marzo scorso.
Racconto vincitore nella categoria riservata alla viticoltura di Montagna, il cui premio è patrocinato dal CERVIM.
a cura di Jean Pierre Feo, Cogne (AO), jean.feo@tiscali.it
"Sulla mensa di legno i bicchieri di vino rosso lasciavano la loro impronta, quasi a testimoniare il ruolo da protagonisti tra salumi e formaggi di cui rimane la parte meno nobile. Baran preferiva trascorrere le lunghe serate con gli amici sorseggiando liquori variopinti, con cui fantasticare e progettare la partenza verso un mondo più vicino alle proprie aspettative. Nel piccolo paese non intravedeva nessuna possibilità di carriera e la regione che lo ospitava, chiusa com’era tra le montagne, non offriva ad un giovane ambizioso i contatti con la società internazionale. Il vino semmai gli ricordava l’infanzia, quando arrampicandosi tra muretti e rami cercava il miglior punto di vista per osservare il nonno Justin che potava le viti di famiglia, essendo così parte della trama che i vigneti rivelano chiaramente solo d’inverno, spogli dai frutti e dai pampini. Tanto sudore non offriva che qualche goccia di vino acerbo.
La viticoltura in montagna è infatti imbrigliata in un sistema di vincoli di tipo geografico e climatico. Le difficoltà derivano dalle pendenze delle strette valli e dall’altitudine alle quali i filari sono costretti ad arrampicarsi, spesso con affanno. Sono questi due elementi che condizionano e regolano i periodi vegetativi di piante e erbe, oltre che i ritmi degli animali e delle stesse attività umane. La scarsità delle precipitazioni, poi, rende amaro il terreno e il carattere delle genti di montagna, costrette a far arrivare l’acqua, ovunque possibile, con fatica, ingegno, discussioni, lotte e azione collettiva. Alle problematiche ambientali si sommano inoltre quelle strutturali, derivanti dalla polverizzazione fondiaria. La combinazione di questi elementi ha portato ad entità coltivate di piccole dimensioni, di difficile meccanizzazione e caratterizzate da pesanti carichi di lavoro. Tutto si traduce in costi di produzione elevati e rese unitarie limitate, con l’impossibilità di competere sul piano della produttività.
Per un giovane era più stimolante partire alla volta di terre estese e dolci, dai frutti succosi e colorati, proprio come quelle miscele alcoliche che Baran era costretto a bere per sognare. Erano le nove e un quarto di sera e camminava solo per Estrada Da Baia, la via centrale di Macao. L’antica dominazione portoghese si respirava ovunque, per le vie chiassose e gremite di persone, nelle pareti color pastello che dipingono questo territorio così diverso dalla Cina. Le insegne illuminate dei ristoranti invitavano ogni passante ad unirsi all’austero arredamento ed essere intrisi allo stesso modo dall’odore di fritto che scivolava dalle cucine. Anche i profumi erano un magico miscuglio di occidente e oriente. Un viaggio in un paese così lontano da casa rubava forme concrete ai sogni e lo faceva sentire cittadino del mondo. Salita la gradinata che porta nel cuore saporito del Grand Hotel, Baran venne fatto accomodare in un tavolo un po’ in disparte, giusto prezzo da pagare per essere senza commensali per la cena. Il Maître che è il principe dell’ospitalità, il vero regista della sala, gli propose un raffinato abbinamento tra una succulenta carne saltata con funghi e un vino rosso elegante e corposo. Tendenzialmente, precisò, il corpo del vino deve essere proporzionale alla struttura del piatto e quindi un piatto che necessita di una preparazione elaborata, dovuta al tipo di cottura, alla quantità o preziosità degli ingredienti, va abbinato ad un vino altrettanto complesso e robusto, di buon invecchiamento, che possa cioè non essere sovrastato dalla personalità del cibo.
Il calice era in mezzo al tavolo, attorniato da piatti e stoviglie preziose, adagiato su di un velo bianco ancora candido. Il suo contenuto si presentava di colore rosso rubino brillante e sfumature granata, non eccessivamente sanguigno, piuttosto trasparente. Baran lo avvicinò al naso e fu subito assalito da aromi intensi, puliti e gradevoli di amarena, fragola, lampone, mirtillo, prugna e un piacevole accenno di tostatura del legno. Il passo successivo fu far scivolare in bocca tutti questi sapori di bosco, sentire una iniziale freschezza, comunque equilibrata, scomparire in un finale persistente con ricordi corrispondenti all’olfatto. Era come trovarsi in montagna in un maturo autunno, come ritornare nelle proprie terre ora meno lontane di un tempo. Baran pensò che siffatti colori, sapori e profumi non potevano essere che di un luogo speciale, ancora da visitare. Il Maître si trovò d’accordo perché tanta armonia era frutto di una viticoltura che definì eroica. Spiegò all’ospite che questi vigneti sono spesso coltivati ad altitudini che rasentano i mille metri e pendenze minime del trenta per cento. Questo tipo di agricoltura corre dunque un alto rischio di estinzione per motivi legati agli elevati costi di lavorazione, al fatto che i giovani preferiscono altri tipi di occupazione, inoltre all’alta concorrenza sui mercati in confronto ai vini prodotti in pianura. Ma è un’attività da proteggere, perché dà la possibilità al viticoltore di presidiare il territorio, che sarebbe abbandonato, evitando spesso catastrofiche frane o valanghe e producendo ancora vini antichi dai caratteri inimitabili.
L’etichetta raffigurava un prevosto, forse nell’atto di benedire il sangue di Cristo. Sul retro si trovavano interessanti informazioni. L’uvaggio, Cabernet sauvignon, Cabernet franc e Merlot, con le relative percentuali; la gradazione alcolica e una descrizione dell’invecchiamento, in vasche d’acciaio per tre mesi, in piccole botti di roverella per circa otto, dieci mesi e successivo affinamento in bottiglia per una metà d’anno ancora. Tra lo stupore dei suoi sensi, ancora reduci da un’esperienza più intensa di qualsiasi miscuglio di liquori, si accorse che la provenienza della bottiglia che stringeva tra le mani, tremanti come quelle del personaggio rappresentato, era la sua amata odiata montagna, profilo di luce che aveva raggiunto l’altra parte del mondo.
L’azienda vitivinicola “Vini d’Alta classe” che Baran ha realizzato pochi anni or sono sui terreni di famiglia, oltre ai vitigni tradizionali da lungo tempo coltivati, ha introdotto nuove varianti miglioratrici, dimostratesi particolarmente adatte alle condizioni pedoclimatiche e capaci di produrre uve di qualità. La riconversione dei vigneti, con l’introduzione di varietà più idonee o con cloni autoctoni, ha impegnato l’azienda in una sperimentazione preventiva che ha richiesto un lungo lavoro di studio, osservazioni, rilievi in campo, microvinificazioni, analisi di laboratorio e degustazioni. La zonazione, poi, è stato il più importante ed impegnativo progetto che Baran ha affrontato. È infatti importante definire i luoghi di coltivazione, affinché i vitigni possano esprimere al meglio le proprie potenzialità enologiche. L’interazione con il territorio è la carta vincente per prodotti di qualità. Oltre ad una valorizzazione in tal senso, questa agricoltura deve poter contare su un contenimento dei costi di produzione e su operazioni di promozione aperte ai mercati internazionali.
Nonno Justin preferisce ancora il vino che fa con le proprie mani e che custodisce in una botte nella parte vecchia della cantina. A sentire le sue parole quello del nipote è buono solo per gli ubriachi che ne apprezzano principalmente gli effetti inebrianti. Ma il sapere e la passione hanno portato, di generazione in generazione, le testimonianze di un’abile fatica che è atto d’amore per la terra. L’azienda di Baran produce infatti vini con caratteristiche uniche, ricchi di resveratrolo e dai profumi e sapori millenari, che lottano contro la standardizzazione. La tradizione del nuovo che in essi si trova, si affaccia oggi sui tavoli di consumatori ed estimatori di culture e paesi diversi.